mercoledì 1 aprile 2026

Melancholia - Jon Fosse

Melancholia di Fosse nasce dal nocciolo morboso del giogo esistenziale di Lars Hertervig, pittore norvegese, nato nel 1830, che si ammalò mentre frequentava un'accademia di pittura a Düsseldorf, e finì per essere rinchiuso in un manicomio. Il romanzo di Fosse ne raccoglie gli aspetti più intimi e significativi, gemmando dalla curiosità dell'autore, come scopriamo nel secondo atto di Melancholia, per un'esperienza umana dolorosamente tormentata.

Nel primo atto, in una stanza di un appartamento a Düsseldorf, sdraiato sul letto, col suo bellissimo abito di velluto color malva, c'è Lars Hertervig, un giovane pittore norvegese trasferitosi da un villaggio della Norvegia in Germania, per dipingere all'accademia di Hans Gude, un maestro di pittura che dovrebbe aiutare il giovane Lars a perfezionare quella che è un'arte che già mostra di padroneggiare sapientemente. Il protagonista, come si ha subito modo di capire, si compiace di saper dipingere e che nessuno all'Accademia, a parte Tidemann e lo stesso Gude, sappia dipingere come lui. Lars si puntella su questo compiacimento, salvo poi dubitarne e ripudiarlo.

È questo il primo ipnotico fiotto di colore che con una furente pennellata Jon Fosse sparpaglia su di una immacolata tela. Ma prima che la narrazione ci conduca oltre il perimetro della stanza in cui è rifugiato Lars, la scrittura si scompone in mille pezzi, ritorna sui suoi passi, si contorce su stessa in un mulinello di frasi ridondanti come un ritmo reinciso sullo stesso nastro, più e più volte. Non prima di aver voltato la prima pagina, un'inquietante ipotesi si è già affacciata alla mente del lettore e non potrà che continuare e pungolarlo fastidiosamente durante tutta la lettura: che si tratti del racconto di una follia. Non ci si aspetti la continuità rassicurante di una prosa ordinata e cadenzata, né la circolarità rigorosa del discorso ipotattico. Fosse sceglie la paratassi e ne fa un uso tortuoso a complemento del grado di involuzione dell'io a cui vuol dare voce. Se le parole sono la verbalizzazione del pensiero, quale ordine sintattico può produrre una mente in cui i pensieri non si congiungono più secondo la consequenzialità dei nessi causali e in cui risultano fortemente compromessi gli ordinamenti logici? La scrittura così diventa l'eco del grave turbamento di una mente in uno stato di profonda disgregazione. Ne risulta un profluvio di frasi brevi, contorte, circolari, palindromiche nel loro specchiarsi su se stesse. 

La realtà è filtrata attraverso il setaccio scalibrato della paranoia e della melancolia di Lars che pure è in grado, in certi momenti, di smagliarla acutamente fino a intravedere (e a farci intravedere) il rimosso, il subconscio torbido della verità fenomenica e l'efferatezza sardonica dell'esistere in questo mondo, senza riconoscervisi e senza esserne riconosciuti. Per convertirla in linguaggio pittorico, i suoi momenti di lucidità non sono che punti di luce su una tela dipinta con colori scuri, densi e catramosi che lo coartano all'inazione e alla ripetitività ossessiva di un pensiero che ritorna eternamente, indugiando sugli stessi pochi elementi, quelli impalpabili a cui la coscienza si tende morbosamente e quelli più materiali da cui essa, sempre più evanescente, può attingere per restituire corposità al mondo.
 
Le uniche azioni che muovono Lars fuori da se stesso, si catalizzano sull'eleganza del suo vestito color malva, sulla consapevolezza di saper dipingere meglio degli altri pittori, sull'amore ossessivo per Helene. Ogni tensione esterna, però, non fa in tempo a tramutarsi da intenzione ad azione, perché viene corrotta sul nascere, destrutturata e ricomposta in una coazione antitetica, confusa e paranoica, fino alle punte più acute del deragliamento mentale, in cui la percezione sensoriale del mondo esterno si sintetizza in allucinazione. 
Se la acuità visiva gli permette di cogliere dettagli finissimi dei paesaggi che dipinge e di restituirli sulla tela, quella mentale gli consente sì di cogliere l'oscurità delle relazioni umane ma non di tradurla in una dimensione che non sia una tensione tragica. Lars si rende conto che gli altri lo deridono ma non riesce ad opporre al loro linguaggio una forma contrastiva che sia sullo stesso piano, trasmutando ogni evento attraverso  una sua personale semantica della follia.
Allo stesso modo, anche l'amore per Helene, non viene risparmiato allo stesso dualismo interpretativo. Lars percepisce di essere in qualche modo ricambiato da Helene ma ne dubita costantemente, in un rimpallo continuo di convincimenti, gli uni opposti agli altri.

Leggiamo così di una mente che sembra incastrata in se stessa e il romanzo si traduce in una forma di pericolante di equilibrismo mentale. Con Melancholia Fosse ci restituisce un viaggio abissale e anticatartico nei profondi e oscuri gorghi della mente umana, in una delle migliori rappresentazioni letterarie della follia. La narrazione non si sofferma sulla pazzia come oggetto fuori da noi, che possiamo osservare con distacco, bensì ci fa entrare dentro di lei, come particole aliene nella mente del protagonista, che si mescolano con i suoi pensieri. Non li osserviamo più dall'esterno, diventiamo i suoi stessi pensieri, pensandoli a nostra volta.

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